MONTREAL

E’ stato strano.

E’ stato strano.
Tornare nella città dove ho vissuto per due anni, dove è iniziata la mia avventura da expat, dove ho cominciato la mia nuova vita in veste di mamma è stato strano.
Ho lasciato Montréal lo scorso giugno, sono tornata da lei per un intero weekend. House impegnato con i lavori congressuali, noi liberi di farci coccolare dai nostri ex vicini di casa, i nonni adottivi di Merdolo, che gentilmente ci hanno ospitato per l’occasione.

Non so identificare le emozioni che mi hanno pervaso questi due giorni, riesco solo a dire che mi sono sentita “strana”.
Tornare nella città che hai chiamato casa per due anni, riconoscerne luoghi, scorci ed odori, attraversare vie e quartieri che conosci a memoria, dormire nello stesso palazzo in cui hai vissuto, ma non nello stesso appartamento… è stato strano.
Ritrovarti a pensare: -ehi, io lì ci ho mangiato la prima volta che.., ah lì è dove ho comprato il passeggino a Merdolo -, tirare House per la manica della giacca e continuare a ripetergli -ti ricordi quella volta che lì abbiamo…-, farsi assalire da ricordi in ogni momento del weekend… è stato strano.
Conosco la città, non ho bisogno di consultare la cartina per sapere quale sia la metrò da prendere per recarmi in centro, non ho dovuto consultare internet per trovare la pasticceria “più vicina a casa” per portare un dolce pensiero ai miei vicini, non avevo bisogno del navigatore per districarmi tra le trafficate vie della metropoli.
Mi sentivo a mio agio ma fuori posto allo stesso tempo, turista nella “mia” città che non è la mia città, ospite nel mio palazzo.
E’ stato strano.
L’ho già detto?mbam2E’ stato meraviglioso rincontrare i miei vicini, vedere i loro sorrisi e i lunghi abbracci profusi al loro nipotino italiano.
Sentirsi una famiglia anche senza legami di sangue, in fondo quando c’è l’amore il dna conta un po’ meno.
E vi assicuro che l’affetto che ho visto tra i nonni canadesi e Merdolo è reale, tangibile, forte, sincero, vero e soprattutto incondizionato.mbam 1Interessante la gita al Musée des beaux-arts de Montréal, che devo confessare avevo visto solamente dall’esterno e non vi ero mai entrata. Su consiglio di Mireille, ci siamo recati in loco domenica mattina per partecipare ai tanti laboratori didattici gratuiti, dedicati ai piccoli, organizzati tutti i fine settimana presso le sale dello Studios Art et Education Michel de la Cheneliére. I bambini si aggirano tra libri, opere d’arte e sculture impegnati in diverse attività -musicali, film, dimostrazioni, atelier a 4 mani con i genitori-suddivise in categorie a seconda dell’età dei partecipanti.
Mentre l’attenzione di Merdolo era rivolta ad un muro ricoperto interamente di peluche io mi sono aggirata tra le opere dell’esposizione permanente di arte moderna, lasciando lui e Mireille liberi di osservare quel tripudio di morbidezza e colori.

L’arte moderna ed io abbiamo un rapporto di reciproca e diplomatica indifferenza, io non capisco lei e lei si lascia osservare muta senza giudicare la mia ignoranza in materia. Già al liceo la mia prof di arte si era rassegnata, durante una delle ultime interrogazioni prima della maturità mi disse: -Alessia vai a posto e non dire più cazzatelle-, consapevole che non avrei mai avuto un futuro nel mondo dell’arte.
Confesso però di essermi abbandonata all’immaginazione di fronte ai dipinti dell’arte québecoise, lasciandomi trasportare dalla fantasia tra colori sgargianti di mondi lontani senza tempo, finché un “bip” del telefono mi ha riportato alla realtà <congresso finito, è ora di tornare a Québec>.

Kent Monkman, Not the end of the trail. 72"x 108" - 2004. Acrylic on canvas.

Kent Monkman, Not the end of the trail. 72″x 108″ – 2004. Acrylic on canvas.

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1 Comment

  • Reply
    valentina
    marzo 11, 2016 at 3:31 am

    Quante emozioni!

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